
This ain’t a TV show, this is for real
Tanto per mettere in chiaro che, anche a questo giro, la rivoluzione non bucherà lo schermo – se non con un proiettile. La mano sul grilletto è di uno che che la sa lunga, in fatto di atrocità. Ha sondato i recessi più bestiali dell’inconscio (il suo, innanzitutto), ha stanato la feccia dalle metropoli più sudicie, ha dato voce all’indicibile e all’inaccettabile. Presente chiama, James George Thirlwell risponde. E non vi aspettate assoluzioni.
Primo lavoro in dodici anni (otto dei quali, ci informa, passati a rifinire questo album), prosegue imperterrito la tradizione monosillabica dei titoli: dopo “sordo”, “dolore”, “buco”, “chiodo” e chi più ne ha ne metta, stavolta arriva un secco “Halt” a farci drizzare sulla sedia. Scritto, prodotto e in gran parte suonato dal Wagner di Melbourne, è un anti-musical in cui la ben nota ferocia dell’autore passa al setaccio il mondo contemporaneo, con esiti spaventosi.
Malefico aggiornamento di quella grandeur sinfonico-industriale che è il suo marchio di fabbrica, Succulence inizia con un biascicante crooning Waits-iano, si spalanca in una declamazione di Little Simz senza Little Simz, sculaccia il discepolo Trent e si spegne in un’agonia d’archi in odor di Bernard Herrmann, sputando versi che non lasciano scampo (“Because when war’s declared/There may be no taboos/You are found guilty if you have already been accused”). Da inserire seduta stante tra i vertici della carriera, né più né meno.
Al solito, non ci sono preclusioni nella scelta dell’armamentario: pur di annichilire e annichilirsi, JG carica a testa a bassa con il cyber-thrash stile Ministry di Die Alone o il noise di marca Touch And Go di Rabbit Hole, ma ciò non gli impedisce di farsi pensieroso nella ballata celtica di Scurvy e nella marcetta medievaleggiante di Warships. Sopraffino sonorizzatore di film che nessuno avrebbe il coraggio di girare, su The World Is Broken fa azzannare un gospel sulfureo al pescecane di John Williams, mentre Dead To Me suona come una colonna sonora di Hans Zimmer rifiutata dalla produzione prima ancora di ascoltarla.
A consolidare la sua caratura di compositore colto, magistrale tessitore di melodrammi sintetici, provvedono poi tre inarrivabili pièce oltremondane: i Coil in salsa noir di Harpoon, la bolgia alla Celtic Frost di Crater, l’eterea levitazione dungeon di Polar Vortex, a un passo da Carpenter.
Virtuoso del versaccio elevato a bel canto, Thirlwell si conferma interprete tra i più luciferini mentre intavola bilanci esistenziali degni di un Michael Gira (“Let me die alone/And just put on my tombstone ‘He tried and failed and here he lays'”) o schiaffeggia a mano piena le più imbecilli teorie del complotto (“Our plans are in demand and Q just said so/The deep state is coming and they’re re making all our children gay”), fino a una ghignante autocitazione (quel “throne of agony” evocato su Many Versions Of Me). E a smentire la profezia di morte dell’ultima traccia, il nostro eroe ha già pronto un seguito, calendarizzato per il 2027: rassicurante, quantomeno, che anche lui preveda ancora un domani.
When you need me, I am not for sale
Tracklist
1. Succulence
2. Scurvy
3. The World Is Broken
4. Bang
5. Harpoon
6. Dead To Me
7. Polar Vortex
8. Crater
9. Warships
10. The Rabbit Hole
11. Many Versions of Me
[lo trovi anche su Ondarock]