[Ascolti] Phoenix – Ti Amo (Glassnote, 2017)

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Se c’è un disco paradigmatico dell’età del ferro che stiamo attraversando, questo è l’ultimo dei Phoenix. Strombazzatissimo nel nostro paese per gli ossequiosi riferimenti a certa estetica usa e getta (dalla paccottiglia felliniana alla tele-patina dei ruggenti ’80, passando per l’inevitabile tributo Italo disco), questo fantasmagorico inno all’effimero è uno zibaldone in linea con il verbo arena-indie: nutrirsi di cultura popolare ingiallita (sempre quella la parola d’ordine: retromania) rimasticandola con ironia da collagista, occhieggiando a tante cose senza focalizzarne nessuna. La ricetta è un chill-glitter gelido e quadrato, tra sintetizzatori assordanti e batterie ultra-compresse, in cui la forma prevarica con gioia la sostanza. Piantando una gamba nella ricerca e l’altra nel disimpegno, la percentuale di rischio è prossima allo zero e la rassicurazione assicurata.

È la stessa band a dichiarare l’intento in un apposito comunicato, con il disco presentato come “un tributo alle nostre radici europee e latine, una versione fantasticata dell’Italia” e le canzoni “basate su semplici emozioni: amore, desiderio, libidine e innocenza”: non è forse questa spensieratezza artificiale il tratto comune del nuovo hipsterrock, che clona la canzonetta ingenua di ieri trapiantandola nella filologia colta di oggi, prendendosi sul serio nel non prendere nulla sul serio?

È un disco quintessenzialmente pop nella sua ricercata mediocrità (accezione neutra del termine), rispettando alla lettera i tre canoni del genere: 1. tutte le tracce si somigliano, ma più o meno tutte si lasciano canticchiare 2. ogni brano ricorda qualcosa di già sentito, ma sfugge sempre il riferimento esatto 3. non c’è nessuna canzone memorabile, ma nemmeno nessuna brutta. È l’operazione di laboratorio di quattro intellettuali che negano di esserlo, sofisticati enciclopedisti sempre meno alternative rocker e sempre più synth-popstar, mettendo da parte le sfiziosità frenchy per concedersi il loro disco più leggero e “mainstream”. La produzione, dal canto suo, è poco intenzionata ad andare per il sottile: schiacciata, sovraccarica, roboante.

Dalla title track a Telefono passando per Fior Di Latte e Via Veneto, a dispiegarsi è un’interminabile citazione, svuotata di senso come tutto ciò che viene strappato dal suo contesto, a tratti così accurata da spaventare. La differenza (che è anche il vero motivo per cui vale la pena ascoltare questa raccolta) la fa l’esperienza della band e soprattutto del frontman Thomas Mars, a suo modo carismatico anche quando cinguetta un verso da strapazzo come “I’ll be standing by the jukebox/ Champagne or Prosecco?”, lontano anni luce dalla volgarità dei tanti mestieranti che, c’è da giurarci, si affretteranno a imitare questa loro mirabolante imitazione a getto continuo.

Ti Amo è un capolavoro di modernariato accelerato, un disco da manuale di sociologia dei costumi, un’opera che potremmo ricordare per sempre come dimenticare domani.

Tracklist
1. J-Boy
2. Ti Amo
3. Tuttifrutti
4. Fior Di Latte
5. Lovelife
6. Goodbye Soleil
7. Fleur De Lys
8. Role Model
9. Via Veneto
10. Telefono

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